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Dello sforzo
di difesa dei Bizantini rimane praticamente
nulla: anche il forte costruito sulla punta
estrema di Ortigia fu inglobato nelle
costruzioni sveve. Ed al periodo svevo risalgono
il castello di Augusta e quello di Siracusa,
costruzioni caratterizzate dall’omogeneità dello
stile, pensate come “palatium” ma anche come
“domus regia”, costruiti secondo i rigidi canoni
che lo "Stupor Mundi" aveva dettato ai suoi
architetti militari che edificarono anche il
castello Ursino a Catania.
Assomiglia un po’
alle costruzioni sveve anche il castello di
Brucoli, anche se i successivi rimaneggiamenti
del Quattrocento e dell’epoca di Carlo V ne
hanno fatto perdere l’originale struttura. Sul
finire del ‘500 le fonti attestano la presenza
sul terriritorio di 24 “castelli reali”, tra cui
Siracusa, Augusta, Lentini, Brucoli e Capo
Passero, mentre Carlentini, circondata da
bastioni e mura perimetrali, diventa una “città
rifugio”.
Ad Augusta nella prima metà del
Seicento l’apparato difensivo del porto è
affidato a una serie di forti, dal castello federiciano, alla torre Avalos, ai forti Garcia
e Vittoria. Dopo il terremoto del 1542 a
Siracusa iniziano i lavori per la ricostruzione
delle opere di difesa, ed in particolare i
bastioni in difesa di Ortigia, le mura e le
porte, delle quali resta ancora in piedi la
cosiddetta Porta spagnola.
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LE CITTA’ DEL BAROCCO
Dopo
il disastroso sisma del 9 e 11 gennaio 1693 una
cinquantina di città della Val di Noto erano
rase al suolo. Fu dalla rinascita di questi
centri, duramente colpiti dal terremoto, che
prese forma l’”anarchia equilibrata” del
barocco. Una spinta sicuramente creativa da
parte di valenti architetti ma anche di ottime
maestranze, che però fu incanalata dall’esigenza
ormai chiara a vescovi e baroni, di avviare una
modernizzazione del tessuto e dell’aspetto
urbano. E piuttosto che riparare i danni del
terremoto, si preferì ricostruite su canoni
estetici e modelli che meglio rispondevano alle
esigenze di grandezza e rappresentatività del
potere. Un processo in qualche modo libero dal
controllo del potere centrale, che ebbe modo
anche di trasgredire nel grottesco, nelle
mensole intagliate, nei volti di uomini ed
animali che spuntarono sui palazzi barocchi di
Siracusa, Palazzolo o Noto.
E di essere
esuberante, alla ricerca dell’effimero. Ed ecco
che da questo sentimento, nel percorso ideale
del barocco della provincia di Siracusa, nascono
le facciate del Duomo di Siracusa, punto focale
nella piazza di Ortigia che porta il suo nome,
equilibrio perfetto tra potere secolare,
rappresentato dal vermexiano palazzo Vermexio, e
l’imponente mole dell’Arcivescovado.
Ed il
percorso del Cassero di Noto, con le visioni del
“giardino di pietra” nelle facciate di San
Francesco, San Domenico, Santa Chiara e Montevergini. Del grande spirito di libertà e di
equilibrio insieme ci sono importanti
testimonianze anche nella zona montana, con
l’Annunziata e San Sebastiano a Palazzolo; le
facciate di Sant’Antonio e San Giacomo a Buscemi;
Santa Maria Maddalena e Sant’Antonio a Buccheri;
San Sebastiano e Sant’Antonio a Ferla; la
Collegiata e Santa Sofia a Sortino; San
Sebastiano a Melilli; la Santissima Annunziata e
Sant’Antonio ad Avola. Un’unità di stile che
porta il Centro internazionale di Studi sul
Barocco a proporre di chiamare tutta la zona
“valle del Barocco”.
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