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Salvatore Quasimodo
:: Parco Letterario Stefano d'Arrigo - Il Romanzo, la storia, l'autore.

Il Romanzo. Qualsiasi esemplificazione riassuntiva appare però totalmente inadeguata alla sconfinata architettura dell'opera, che fin dalle battute dell'inizio introduce in una dimensione eccezionale, fuori dagli schemi e dalle abitudini narrative del nostro tempo. Fondendo il presentimento della morte e il sentimento della vita, il romanzo sviluppa, attraverso quarantanove episodi e una serie sterminata di personaggi e figure, di visioni e di sogni, di ricordi, di simboli e di associazioni, di variazioni e riprese, l'immensa tematica di quella continua metamorfosi che è la vita degli uomini e dell'universo.

(...) E' una narrazione dai tempi lunghi, non solo in senso materiale, ma interiore , che muove per cerchi concentrici da punti diversi e si conferma costantemente come unità: unità di mondo morale e fantastico, completamente risolta in un linguaggio dove convergono e si potenziano reciprocamente, per dilatarsi e arricchirsi in una nuova realtà, le lingue ancora oggi parlate di quell'immenso deposito millenario che è la
Sicilia (...)

( dall'introduzione a S. D'Arrigo, Horcynus Orca, Mondadori, 1975)

La Storia. Il sole tramontò quattro volte sul suo viaggio e alla fine del quarto giorno, che era il quattro di ottobre del millenovecentoquarantatre, il marinaio, nocchiero semplice delle fu regia Marina 'Ndrja Cambrìa arrivò al paese delle Femmine, sui mari dello scill'e cariddi. ( S.D'Arrigo, Horcynus Orca, Mondadori, 1975, pag.7). Si apre così il labirinto del viaggio e del ritorno di 'Ndrja Cambrìa alla sua terra, a Cariddi, nell'autunno del 1943. 'Ndrja percorre a piedi, cercando il modo di raggiungere la Sicilia, una Calabria devastata, che si popola via via, di figure come lui sbandate dalla guerra. Grazie a una di queste, Ciccina Circé, riesce ad attraversare lo Stretto.

Ma quanto troverà, approdando a Cariddi, è tutt'altro dall'ambiente e dalla comunità che ha lasciato andando in guerra; ognuno e ogni cosa è stato segnato o travolto dalla miseria e dal degrado. Si corrompono i codici della terra e del mare, si stravolgono i comportamenti di gente fiera costretta a una sopravvivenza meschina patteggiata con la Morte che assume la forma dell'Orca agonizzante in un mare che sembra fare di ogni creatura viva forza di dissoluzione.

La costruzione di una palamitara, che permetta ai pescatori di tornare al loro onesto mestieruzzo, piuttosto che arrangiarsi con la speculazione, un tempo inconcepibile, sul commercio del pescebestino , è l'estremo tentativo di 'Ndrja di trovare ancora il suo mondo.

Per guadagnare le mille lire da dare in anticipo al maestro d'ascia, 'Ndrja accetterà di partecipare alla sua ultima vogata. La lancia saliva verso lo scill'e cariddi, fra i sospiri rotti e il dolidoli degli sbarbatelli, come in un mare di lagrime fatto e disfatto a ogni colpo di remo, dentro, più dentro dove il mare è mare.

L'Autore. Da una lettura continuata se ne esce come tramortiti: per lo spessore del volume , ma anche perché trascinati dall' ossessione dello scrittore intorno a temi e figure cresciuti a prezzo di una inesausta fedeltà, da un respiro epico che riesce a liberarsi possente oltre le stagnazioni e gli indugi di una materia troppo amata.

Ma una prima considerazione s'impone, ed è lo stupore dinanzi a un libro in cui la letteratura assume il valore di un'esperienza assoluta, totalizzante.

Stefano D'Arrigo nasce il 15 ottobre del 1919 ad Alì Terme, cittadina sul versante ionico dello Stretto di Messina. Trascorre l'infanzia tra il paese natale e Milazzo, ove si trasferisce nel 1929. Frequenta il liceo classico e, durante la guerra, viene chiamato ad assolvere servizio in Veneto da dove viene poi trasferito in Sicilia.

Nel 1942 si laurea in Lettere all'Università di Messina, con una tesi sul poeta tedesco Friedrich Holderlin.

Nel 1946 si trasferisce a Roma insieme alla moglie Jutta. Lavora per un breve periodo al "Tempo" e al "Giornale d'Italia", si occupa di critica d'arte e collabora a "Vie Nuove".

Nel 1950 inizia la stesura del romanzo che lo renderà famoso e che lo occuperà per oltre un ventennio.

Nel 1957 pubblica la raccolta di versi "Codice siciliano", testo che va letto come il lontano principio dell'Horcynus.

Nel 1960 esce sul numero 3 del "Menabò" di Vittorini e Calvino il primo nucleo del romanzo: due capitoli con il titolo "I giorni della fera". Sembra il preludio di un romanzo che di lì a poco sarebbe stato pubblicato, ed invece, dopo averne completato la struttura narrativa, D'Arrigo inizia un certosino lavoro linguistico, apportando continue correzioni e varianti per oltre 20 anni.

Nel 1975 presso Mondatori esce Horcynus Orca. Diversi e importanti editori all'estero ne acquisiscono i diritti ma le difficoltà legate all'originalità del linguaggio di D'Arrigo fanno sì che, ad oggi, esistano solo traduzioni parziali presentate in opere antologiche.

Nel 1982 l'Horcynus Orca viene ristampato negli Oscar Mondatori.
Nel 1985 esce il romanzo "La Cima delle nobildonne".
Nel 1992, il 2 maggio, D'Arrigo muore a Roma.
Nel 2000 è stato pubblicato da Rizzoli "I fatti della fera", prima stesura del testo che D'Arrigo continuerà a correggere tra il 1961 e il 1975 e che poi diventerà Horcynus Orca.

 
 

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