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Il
Romanzo. Qualsiasi esemplificazione
riassuntiva appare però totalmente inadeguata
alla sconfinata architettura dell'opera, che fin
dalle battute dell'inizio introduce in una
dimensione eccezionale, fuori dagli schemi e
dalle abitudini narrative del nostro tempo.
Fondendo il presentimento della morte e il
sentimento della vita, il romanzo sviluppa,
attraverso quarantanove episodi e una serie
sterminata di personaggi e figure, di visioni e
di sogni, di ricordi, di simboli e di
associazioni, di variazioni e riprese, l'immensa
tematica di quella continua metamorfosi che è la
vita degli uomini e dell'universo.
(...) E' una narrazione dai tempi lunghi, non
solo in senso materiale, ma interiore , che
muove per cerchi concentrici da punti diversi e
si conferma costantemente come unità: unità di
mondo morale e fantastico, completamente risolta
in un linguaggio dove convergono e si potenziano
reciprocamente, per dilatarsi e arricchirsi in
una nuova realtà, le lingue ancora oggi parlate
di quell'immenso deposito millenario che è la
Sicilia (...)
( dall'introduzione a S. D'Arrigo, Horcynus
Orca, Mondadori, 1975)
La
Storia. Il sole tramontò quattro volte
sul suo viaggio e alla fine del quarto giorno,
che era il quattro di ottobre del
millenovecentoquarantatre, il marinaio,
nocchiero semplice delle fu regia Marina 'Ndrja
Cambrìa arrivò al paese delle Femmine, sui mari
dello scill'e cariddi. ( S.D'Arrigo, Horcynus
Orca, Mondadori, 1975, pag.7). Si apre così
il labirinto del viaggio e del ritorno di 'Ndrja
Cambrìa alla sua terra, a Cariddi, nell'autunno
del 1943. 'Ndrja percorre a piedi, cercando il
modo di raggiungere la Sicilia, una Calabria
devastata, che si popola via via, di figure come
lui sbandate dalla guerra. Grazie a una di
queste, Ciccina Circé, riesce ad attraversare lo
Stretto.
Ma quanto troverà, approdando a Cariddi,
è tutt'altro dall'ambiente e dalla comunità che
ha lasciato andando in guerra; ognuno e ogni
cosa è stato segnato o travolto dalla miseria e
dal degrado. Si corrompono i codici della terra
e del mare, si stravolgono i comportamenti di
gente fiera costretta a una sopravvivenza
meschina patteggiata con la Morte che assume la
forma dell'Orca agonizzante in un mare che
sembra fare di ogni creatura viva forza di
dissoluzione.
La costruzione di una palamitara,
che permetta ai pescatori di tornare al loro
onesto mestieruzzo, piuttosto che arrangiarsi
con la speculazione, un tempo inconcepibile, sul
commercio del pescebestino , è l'estremo
tentativo di 'Ndrja di trovare ancora il suo
mondo.
Per guadagnare le mille lire da dare in
anticipo al maestro d'ascia, 'Ndrja accetterà di
partecipare alla sua ultima vogata. La lancia
saliva verso lo scill'e cariddi, fra i sospiri
rotti e il dolidoli degli sbarbatelli, come in
un mare di lagrime fatto e disfatto a ogni colpo
di remo, dentro, più dentro dove il mare è mare.
L'Autore.
Da una lettura continuata se ne esce come
tramortiti: per lo spessore del volume , ma
anche perché trascinati dall' ossessione dello
scrittore intorno a temi e figure cresciuti a
prezzo di una inesausta fedeltà, da un respiro
epico che riesce a liberarsi possente oltre le
stagnazioni e gli indugi di una materia troppo
amata.
Ma una prima considerazione s'impone, ed
è lo stupore dinanzi a un libro in cui la
letteratura assume il valore di un'esperienza
assoluta, totalizzante.
Stefano D'Arrigo nasce
il 15 ottobre del 1919 ad Alì Terme, cittadina
sul versante ionico dello Stretto di Messina.
Trascorre l'infanzia tra il paese natale e
Milazzo, ove si trasferisce nel 1929. Frequenta
il liceo classico e, durante la guerra, viene
chiamato ad assolvere servizio in Veneto da dove
viene poi trasferito in Sicilia.
Nel 1942 si laurea in Lettere all'Università di
Messina, con una tesi sul poeta tedesco
Friedrich Holderlin.
Nel 1946 si trasferisce a Roma insieme alla
moglie Jutta. Lavora per un breve periodo al
"Tempo" e al "Giornale d'Italia", si occupa di
critica d'arte e collabora a "Vie Nuove".
Nel 1950 inizia la stesura del romanzo che lo
renderà famoso e che lo occuperà per oltre un
ventennio.
Nel 1957 pubblica la raccolta di versi "Codice
siciliano", testo che va letto come il lontano
principio dell'Horcynus.
Nel 1960 esce sul numero 3 del "Menabò" di
Vittorini e Calvino il primo nucleo del romanzo:
due capitoli con il titolo "I giorni della
fera". Sembra il preludio di un romanzo che di
lì a poco sarebbe stato pubblicato, ed invece,
dopo averne completato la struttura narrativa,
D'Arrigo inizia un certosino lavoro linguistico,
apportando continue correzioni e varianti per
oltre 20 anni.
Nel 1975 presso Mondatori esce Horcynus Orca.
Diversi e importanti editori all'estero ne
acquisiscono i diritti ma le difficoltà legate
all'originalità del linguaggio di D'Arrigo fanno
sì che, ad oggi, esistano solo traduzioni
parziali presentate in opere antologiche.
Nel 1982 l'Horcynus Orca viene ristampato negli
Oscar Mondatori.
Nel 1985 esce il romanzo "La Cima delle
nobildonne".
Nel 1992, il 2 maggio, D'Arrigo muore a Roma.
Nel 2000 è stato pubblicato da Rizzoli "I fatti
della fera", prima stesura del testo che
D'Arrigo continuerà a correggere tra il 1961 e
il 1975 e che poi diventerà Horcynus Orca.
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