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Santa Margherita Belice. I possedimenti di Santa Margherita sono legati al ramo materno della famiglia di Giuseppe Tomasi, ossia quei Mastrogiovanni Tasca che nella prima metà dell'Ottocento si erano imparentati con i Lanza di Trabia ottenendo, per esplicito patto dotale, il titolo di conti. In seguito, Lucio Mastrogiovanni Tasca, sposando una Filangeri di Cutò, aveva acquisito il feudo della baronia di Misilindino entro cui sorgeva Santa Margherita. Questo luogo tanto amato da Giuseppe Tomasi, ma soprattutto dalla madre, era dunque il risultato di un'accorta politica matrimoniale che aveva consentito a una famiglia di imprenditori di accedere al mondo esclusivo, ma sempre bisognoso di nuovi capitali, dell'aristocrazia siciliana.

 

Tra le "dipendenze di campagna", quella di Santa Margherita era per Giuseppe Tomasi, fin dall'infanzia, la prediletta. La sua costruzione risaliva al 1680, ma nel 1810 il principe di Cutò l'aveva totalmente ristrutturata per ospitare più degnamente Ferdinando IV fuggito da Napoli durante il regno di Murat. Una componente fondamentale dell'attrattiva esercitata sul piccolo Giuseppe da questa lontana residenza era dovuta al fascino avventuroso del viaggio, parte in treno e parte in carrozza, interminabile (oltre 12 ore) e forse perfino pericoloso, se tre carabinieri a cavallo, presso Partanna, si aggiungevano a scorta del convoglio. La casa immensa - con le sue trecento stanze, i tre cortili, le foresterie, le scuderie, le rimesse, il grande giardino e l'orto - era poi "una specie di Vaticano" nella cui desolazione era possibile aggirarsi liberamente e sicuramente come in un "bosco incantato" privo di draghi, ma ricco di leggiadre meraviglie.

 

La sua sterminata estensione, "piena di trabocchetti giocondi", era dunque "l'ideale" per un ragazzo che ricercava una solitudine fantasticante. In questa magica residenza, paragonata a "una specie di Pompei del Settecento", il piccolo Giuseppe subisce il trauma indimenticabile dell'uccisione di due pettirossi nel corso di una lezione di tiro col fucile impartitagli da uno spietato campiere. Ma, tra i luoghi dell'infanzia, Santa Margherita ha un'importanza centrale soprattutto perché è qui che Tomasi, all'età di otto anni, impara a leggere grazie alle spicce lezioni di Donna Carmela, un'umile ma efficacissima maestra contadina, mentre la madre gli insegna a scrivere il francese.

 

Scarsamente frequentato - anche a motivo dei cattivi rapporti familiari con le autorità, sindaco e parroco in testa - il paese, è oggetto di pochissimi e indiretti cenni da parte di Tomasi. Alcune pagine dei "Ricordi" sono invece dedicate, sebbene succintamente, ai luoghi limitrofi: le vigne, il paesaggio disteso come "una immane belva accovacciata", la passeggiata verso Montevago e quella verso Misilbesi, in un ambiente dal "piglio canagliesco", violento e assolato, la Venarìa, ove si trovava il casino di caccia, meta di gite escursionistiche e gastronomiche, per non dire pantagrueliche.

 

Palma di Montechiaro. La fondazione di Palma è come circonfusa da un alone mitico. Mario Tomasi, gentiluomo originario di Capua, primo della sua casata a insediarsi in Sicilia, sposò Francesca Caro nel 1583, e con questo matrimonio, che lo imparentava a una potente famiglia marinaresca catalana, acquisì la baronia di Montechiaro. In questo territorio, nel 1637, i suoi nipoti Carlo e Giulio, che erano gemelli, vollero che sorgesse la città di Palma. A Carlo, in quanto partorito per secondo, Filippo IV conferì l'anno dopo il titolo di Duca di Palma. Carlo, tuttavia, prese i voti e lasciò quindi feudo e titolo al fratello. Noto come il "Duca santo", Giulio fece del suo palazzo un monastero delle Benedettine in cui si ritirarono, nel corso degli anni, quattro figlie, nonché la moglie Rosalia Traina grazie a una dispensa papale. I maschi della famiglia non furono meno pii: il figlio primogenito Giuseppe si fece chierico teatino, si dedicò agli studi filologici, fu cardinale e infine beatificato da Pio VII e canonizzato da Giovanni Paolo II.

 

Lo stesso "Duca santo", divenuto nel frattempo principe di Lampedusa, si ritirò in clausura. Palma di Montechiaro nasce dunque sotto un segno sacrale e rimane a lungo profondamente legata all'agiografia dei santi Tomasi. Centro primigenio della casata siciliana, Palma resta inspiegabilmente ignota a Giuseppe Tomasi per quasi tutta la sua vita.

 

Lo scrittore vi si reca infatti per la prima volta soltanto nel 1955, appena due anni prima di morire, e annota telegraficamente nel suo diario alla data 4 settembre: "Tempo bello. Siculiana. Messa. Alle 15 si parte in macchina per Palma di Montechiaro con Agnello e Giò. Castello di Montechiaro immense fotografie. Poi duomo con visita all'Arciprete.

 

Granite in sacrestia. Mia presentazione alle turbe. Dopo visita al delizioso convento delle Benedettine: accoglienze festose e cortesi. Dono a me della torta di compleanno della graziosa Abbadessa e offerta di gelsomini. Commosso". Giuseppe Tomasi ritornerà a Palma il 10 ottobre dello stesso anno. È questo un momento particolarmente delicato della sua esistenza in cui si sovrappongono un sogno di paternità ed un altro relativo alla scrittura.

 

La riscoperta delle proprie radici e della diversità della propria schiatta, così rigorosamente votata al rapporto privilegiato con Dio, svolgono di certo un ruolo dirompente nella coscienza dell'uomo e dell'intellettuale. "Palma - scrive Gioacchino Lanza Tomasi - , questa piccola Lhasa siciliana, colpì profondamente lo scrittore, suggerì le considerazioni finali delle pagine in cui il protagonista del Gattopardo si appresta a corteggiare la morte".

 

continua >>> 

 
 

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