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Non
così, invece, può dirsi del ciclo profano del
Carnevale, che dà luogo in alcune zone (p. es.
Termini Imerese, Acireale) a forme spettacolari
di evidente simbologia, con sfilate di carri
allegorici, con rappresentazioni di lotte
(Mastro di Campo, a Mezzojuso [PA]) o con la
morte del nannu, arso vivo sulla pubblica piazza
(p. es. Cinisi [PA]). Il panorama fin qui
tratteggiato, di un folklore tutto «da
guardare», perchè res extensa, non deve mettere
in ombra altri aspetti che costituiscono,
invece, momento essenziale della vita popolare,
di per sè folklore. Ci riferiamo alle
espressioni caratterizzanti il quotidiano e il
lavoro, la cui specificità non è sempre legata a
particolari rituali celebrativo-commemorativi,
bensì si delinea in rapporto al permanere di
tecniche preindustriali e/o semindustriali,
quali «esotratti» segnati da schemi e abiti
culturali di fisionomia tradizionale. Sono tali
tecniche e i relativi manufatti le forme proprie
della «cultura del fare» o «materiale», che,
nell'attuale fase di mutamento antropologico e
di passaggio dalla civiltà contadina al modello
consumistico-industriale, ricevono, a ragione,
la preminente attenzione degli studiosi. Ambito
specifico per il recupero e l'analisi di tale
cultura sono le aree maggiormente conservative:
cosìi quella rurale legata alla coltura
cerealicolo-estensiva (nel Trapanese, nel
Nisseno, nell’Agrigentino e nel Ragusano) e
quella estrattiva, delle saline (p. es. Trapani)
e delle miniere di zolfo (p. es. Racalmuto
[AG]).
E
sono aree dove non solo le tecniche di
produzione, ma i rapporti sociali, le strutture
familiari e comunitarie, sanno ancora,
certamente, d'antico, malgrado il potere sempre
più dirompente che sono venute assumendo le
lotte politico-sindacali, l'arrivo - sia pure
limitato - di una certa meccanizzazione, il
crescere continuo del flusso migratorio, fattori
tutti che sembrano doverle predisporre al più
rapido processo di deculturazione. II rapporto
tradizione-innovazione, comunque, non sempre si
offre in Sicilia in modo quasi oppositivo. Altre
aree, infatti, sembrano accogliere tecniche e
forme moderne, volte certamente ad ancor più
specializzare la produzione. Ci riferiamo, p. es.,
alle colture dell’olivo (fiorente nel Messinese
e nel Palermitano), del mandorlo (nel Ragusano e
nel Siracusano), del nocciolo e del castagno
(sui Nebrodi), del pistacchio (sull’Etna) e, più
che altro, alla coltura del vino (nel Marsalese).
Ebbene, con chiara evidenza, ogni situazione
sincronica (di tipo conservativo-innovativo)
trova esiti ben precisi nel folklore che,
pertanto, risulta indice termometrico della
specifica condizione socio-economica.
In tal
senso, le aree più propriamente votate alla
pastorizia e alla pesca offrono valida conferma.
Nelle zone delle Madonie, dei Nebrodi e degli
Iblei, segnate ancora dalle tecniche pastorali
di tipo manuale, la «cultura casearia», p. es.,
si esplicita ancora in manufatti di tipo
tradizionale: dai lavori di intarsio (bastoni,
gotti, collari), nei quali da sempre si è
indicata tanta parte della cosiddetta arte
contadina, ai caciocavalli figurati (San
Fratello e Montalbano d'Elicona [ME]).
Come,
per quanto riguarda la cultura dei pescatori, in
non poche zone ancor oggi caratterizzate da
attività pescherecce di dimensione
preindustriale, si segnala il permanere di forme
anch'esse di impronta tradizionale. E’ il caso
della mattanza (Favignana [TP]) ritmata su
antichi canti (la cialoma) eseguiti dalla ciurma
che, con a capo il «rais», chiude con gesti
rituali i tonni nella camera della morte. Se
l’artigianato, le feste, le tecniche, i
manufatti, i momenti del lavoro contadino,
pastorale e marinaresco, compongono il folklore,
il mosaico non può pero risultare completo senza
un accenno al suo aspetto cosiddetto orale,
etnomusicologico e coreografico, che non solo ha
avuto il primato negli studi demologici ma che
oggi, nonostante l'esito deterrente della
strumentalizzazione folkloristica, si rioffre in
tutta la sua potenzialità, perchè fonte
necessaria e ineliminabile per il più completo
disegno della storia.
Ricco di generi e di
forme, il folklore orale dell’isola si delinea
dalle canzuni amorose, alle stone dei
cantastorie, dai canti di lavoro, ai ritmi di
tono religioso; dalle fiabe, novelle, racconti e
leggende ai proverbi, ai modi di dire, e cosi
via.
Forma specifica delle canzuni e l’ottava
(siciliana: cioè composta da otto endecasillabi
a rima alterna; epica: cioè composta da otto
endecasillabi, di cui i primi sei a rima
alterna, gli altri a rima baciata), presente
nella tradizione di ieri come «messaggio» fra i
giovani dei due sessi, oggi memorizzata
piuttosto dai più anziani, si direbbe
sopravvissuti dell'antica cultura.
Materia
propria dei cantastorie, le storie, se profane,
narrano sia di grandi eventi (carestie,
pestilenze, incursioni barbaresche, alluvioni,
terremoti, rivolte) sia di fatti relativi a
ladri, banditi, briganti, sia di tragiche e
disperate vicende amorose; se religiose,
prendono le mosse dalla Bibbia, rabberciano
fatti del Vecchio e del Nuovo Testamento, oppure
segnano gli ultimi atti della vita del Nazareno,
ponendoci sott'occhio la Passione e la
Crocefissione. Le storie derivano l'impostazione
tipica del racconto, la scelta del metro e certi
particolari moduli narrativi, dai cantari, di
contenuto cavalleresco. Poi la materia
cavalleresca finì in Sicilia sulla bocca dei
contastorie; e i cantastorie si specializzarono,
divenendo i giornalisti e gli informatori
pubblici di fatti e avvenimenti eccezionali ma,
soprattutto, i portavoce del malcontento
popolare, delle lamentele delle varie categorie
professionali, delle proteste verso i reggitori
della cosa pubblica; come, anche, i suscitatori
di ilarità, mediante la divulgazione di
contrasti umoristici, rime burlesche, sollazzi.
continua >>>
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