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Tra i vicoli dell'antico
quartiere dell'Orologio si trova la Casa Museo
di Antonio Uccello. Frutto del lavoro
appassionato dell'etnologo siciliano, conserva
importanti testimonianze della vita materiale e
del folclore ibleo e isolano. La casa, oggi
diventata museo regionale, ha mantenuto intatti
gli ambienti propri delle abitazioni padronali
locali: al piano terra sono situati il frantoio,
la stalla, il granaio e il magazzino; ad un
piano più rialzato c'è l'abitazione vera e
propria. Ogni ambiente presenta gli arredi, le
suppellettili, gli attrezzi, i vestiti, gli
oggetti di uso quotidiano ed ogni altra cosa
appartenne a quel mondo del passato che questo
straordinario monumento alla civiltà e alla
memoria iblea ha saputo conservare.
Dai mobili alle ceramiche,
dagli attrezzi da lavoro fino agli elementi
scenici del teatro dei pupi; differenti
manufatti di epoche diverse suddivisi per
funzione, forme e motivi del decoro, comunicano
una continuità culturale millenaria, quella
"lunga durata" che caratterizza la vita e la
storia delle comunità di quest'angolo di
Sicilia.
Lo stesso Uccello ci
chiarisce le forti motivazioni, sia culturali,
che civili, che personali da cui nasce la Casa
Museo:
“L’idea
di un museo non sarebbe stata neanche pensabile
per chi, come me, proviene da una famiglia
povera. Nella nostra casa gli oggetti, pochi e
rari, erano quelli dell’uso quotidiano, della
nostra vita di tutti i giorni. Altri invece —
fotografie di famiglia, immagini devote, o
ricordi di emigrazioni o di guerra —
rappresentavano delle vere e proprie reliquie
che sarebbe stato impensabile, perfino
sacrilego, sottrarre e deportare altrove. È stato dopo lo sbarco
degli alleati, durante le battaglie che si
combattevano per la conquista delle terre
incolte da parte dei contadini, che ho
cominciato a prendere coscienza di una realtà
che mi costringeva a osservare e a capire.
Quando ci recavamo nei feudi e nelle terre in
abbandono, spesso i contadini buttavano via gli
attrezzi dell’uso quotidiano: cucchiai e collari
in legno per bovini o per ovini si ritrovavano
spesso negli immondezzai; con un gesto che
voleva distruggere tutto un cattivo passato.
Era
il rifiuto di tutto un mondo che rappresentava
per loro uno stato di oppressione, il loro male
antico. Erano oggetti che io avevo visto fin
dalla nascita e che costituivano gli utensili
della pratica quotidiana nella nostra famiglia,
così povera che perfino sull’unico cantarano —
portato in dote da mia madre — il falegname
aveva sostituito il piano di marmo con quello di
legno dipinto: per risparmiare, si diceva in
famiglia.
Sul cantarano liberty gli oggetti erano
rarissimi: solo in ottobre le poche chicchere
superstiti dei regali di matrimonio venivano
arricchite da melecotogne, che maturavano
lentamente e riempivano di aromi naturali —
resistenti fino alle soglie dell’inverno — i
grandi locali imbiancati di viva calce. Era
impensabile per me fare un museo di simili
oggetti.
Ma quando questi utensili cominciarono a
subire la distruzione, come mi venne di
osservare durante le lotte contadine,
inconsciamente mi resi conto che c’era qualcosa
che noi stavamo perdendo irrimediabilmente. Non
avevo ancora vent’anni, e cercavo di recuperare
tutto quello che potevo.
I miei interessi allora erano rivolti alla
poesia, compresa quella popolare. La scuola, che
a mia madre e ai miei nonni era costata fame e
fatiche indicibili, non mi aveva però dato
possibilità di intendere il senso delle cose che
raccoglievo.
Cominciai
a prendere coscienza solo a vent’anni, quando
emigrai in Brianza, a contatto con uomini di
estrazione culturale diversa dalla mia. Tra i
primi conobbi Ernesto Treccani, Raffaellino De
Grada, Salvatore Fiume, Luigi Guerricchio, e
quindi Luciano Budigna, Bartolo Cattafi, Piero
Chiara, Scheiwiller, e Bosio e Leydi. Durante il
periodo delle vacanze ritornavo in paese.
Giovane ero già sposato. Mia moglie proviene da
una famiglia di coltivatori diretti.
Insieme, io e mia moglie,
cominciavamo le nostre escursioni alla ricerca
della poesia popolare e via via degli usi, delle
tradizioni, del modo di vivere delle classi
popolari.
Quei primi oggetti e attrezzi di
lavoro rinvenuti nei rifiuti, ora, dopo il
fallimento della riforma agraria e con la grande
emigrazione, era più facile trovarli abbandonati
tra le macerie: tra i muri crollati e sotto le
tegole, nell’incuria generale.
Già prevalevano
gli oggetti di consumo, che oltre tutto
rappresentavano un mondo di promozione sociale.
L’utensileria dei grandi magazzini faceva
concorrenza ai cucchiai di legno e agli
strumenti popolari.”
La Casa Museo nasce da forti
spinte emotive che scaturiscono dal vissuto
personale del suo fondatore, ma al contempo da
una rigorosa linea scientifica che via via si
andava precisando in Uccello.
continua >>>
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