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Il paese ebbe un discreto
sviluppo nel Settecento quando vennero
realizzate molte nuove costruzioni. Dello stesso
tempo sono le numerose chiese ed il Convento dei
Cappuccini, arricchito da belle tele
dell'artista Padre Fedele da San Biagio. San
Giovanni Gemini conta una popolazione di poco
più di ottomila abitanti, nonostante si contino
un gran numero di emigranti.
L'economia del paese,
infatti, è piuttosto modesta e ciò ha costretto
diversi sangiovannesi a cercare lavoro
all'estero. La popolazione attiva è distribuita
tra l'attività agricola e quella industriale.
Discreta è la pratica dell'allevamento dei
bovini e degli ovini. L'agricoltura produce
grano, fave, olive, mandorle, agruml, frutta,
uva. L'artigianato conta diverse aziende.
Santo Stefano Quisquina
Santo
Stefano Quisquina si trova nella maestosa e
amena valle del Magazzolo. Sorge a 732 metri sul
livello del mare e dista 73 chilometri da
Agrigento. Prima della sua fondazione, alcuni
documenti attestano l'esistenza di un casale
Sancti Stephani appartenuto, già nel X secolo
alla famiglia Sinibaldi. Il primo signore di
Santo Stefano, di cui sappiamo il nome, fu
Giovanni di Caltagirone, che visse ai tempi del
regno di Federico II di Aragona (1296-1337). A
Giovanni successe il figlio Nicola, che viene
ricordato per avere edificato un fortilizio a
protezione del nuovo casale. Ad Antonio
Caltagirone seguirono Giovanni e Ruggero
Sinibaldi. Quest'ultimo si ribellò al re Martino
d'Aragona ed i suoi beni furono confiscati e
devoluti alla Reale Corona. Ruggero Sinibaldi
era sposo di Maria Guiscarda, parente di Ruggero
II, re dei Normanni. Dal loro matrimonio nacque
Rosalia, proclamata santa e patrona del paese.
Nel 1396 divenne signore del paese Guiscardo de
Agljs.
Questa famiglia mantenne il potere in
città sino al 1504 quando l'ultima erede,
Giovanna, andò in sposa a Giovanni Larcan e i
Larcan divennero i nuovi baroni del territorio.
Nel 1549 Vincenzo Larcan vendette la baronia e
gran parte dei suoi beni al Protonotaro del
Regno di Sicilia, Alfonso Ruiz, che fece dono
della baronia alla madre Elisabetta nel 1574.
Essendo, questa, moglie di
Carlo Ventimiglia, nel 1599 ogni diritto
transitò alla famiglia Ventimiglia e Pietro
Ventimiglia (figlio di Elisabetta e Carlo) fu
investito della baronia il 16 settembre 1599.
Intanto il casale andava trasformandosi in un
vero paese. I Ventimiglia dominarono a lungo,
sopravvissero ancha ad eventi luttuosi. Il paese ebbe un particolare
sviluppo sotto Giuseppe Emanuele Ventimiglia.
Assunse definitivamente la denominazione di S.
Stefano Quisquina il 4 gennaio 1863. Sono da
visitare le belle costruzioni del Settecento e
in particolare la Chiesa del Santuario di Santa
Rosalia, posto in luogo ameno, ricco di
vegetazione e situato tra i monti Cammarata e
delle Rose. Accanto all'eremo si trova la
suggestiva grotta in cui, secondo la tradizione,
visse per qualche tempo Santa Rosalia, il
territorio è, in gran parte, adibito a pascolo.
Non manca l'attività artigianale.
Cammarata
Cammarata
sorge sulle falde del monte omonimo, a 689 metri
sul livello del mare. Qualche storico vuole che
le sue origini siano assai remote. La città
sarebbe sorta, infatti, sulle rovine di un
antichissimo centro, la sicana Inyco, assai nota
per la produzione di vino. Di certo è, invece,
che la città esisteva al tempo del conte Ruggero
d' Altavilla, dunque nel XII secolo, poichè
questo signore concesse il territorio di
Camerata alla consanguinea Lucia che, per
questo, viene indicata nei documenti col titolo
di Domina Cameratae. Già a quell'epoca v'era un
Castello, e i suoi signori godevano di diversi
privilegi. Nel secolo XIV la signoria di
Cammarata passa nelle mani del nobile
Vinciguerra Palizzi, che l'ebbe in concessione
dal re Federico Il d'Aragona.
Alla fine dello
stesso secolo, il re Martino diede il feudo a
Guglielmo Raimondo Moncada. A seguito di questa
decisione ci fu una sollevazione popolare, e il
Moncada dovette espugnare la città per entrarvi. Pochi anni dopo però, cedette
in vendita il territorio alla famiglia Abatellis.
In questo periodo Cammarata venne innalzata a
contea.
Furono quindi i nobili Branciforti,
circa un secolo dopo, a dominare in città e a
mantenere la signoria fino al 1669 anno in cui
la ebbe in dote Ferdinando Moncada e Aragona.
Nel secolo seguente troviamo l'ultimo Signore di
Cammarata: il principe Paternò Luigi Moncada
Ruffo.
Di notevole interesse
artistico e il Castello di Cammarata, di cui
rimangono, però, solo i ruderi. Nelle chiese del
paese si possono ammirare tele di Pietro Asaro e
opere dell'artista Bagnasco. Oltre
all'agricoltura, è assai sviluppata l'attività
zootecnica e quella industriale, rappresentata
da fabbriche di laterizi e cooperative varie. |